Sitio oficial del Grupo Internacional para la Responsabilidad Social Corporativa en Cuba

Diciembre 7, 2006

Non credete al pentimento di Cuba

L'ex sindacalista, ora oppositore, Joel Brito smonta le aperture agli Usa di Raul: è un dittatore, come Fidel

Di Tommaso Montesano. Da Libero del 5 dicembre 2006, pag. 19.

«Un processo di successione da Fidel a suo fratello Raul». Ecco cosa sta accadendo a Cuba. Altro che apertura del regime agli Stati Uniti. Altro che spiraglio verso l'agognata transizione alla democrazia. Il dissidente Joel Brito, ex funzionario del sindacato ufficiale cubano - la Centrale dei lavoratori di Cuba, Ctc - smorza sul nascere gli entusiasmi occidentali per l'offerta di Raul Castro, quella disponibilità a «risolvere in un tavolo negoziale la lunga disputa tra Stati Uniti e Cuba». Le parole dell'hermanisimo, spiega, servono solo a consolidare la dittatura: «Il cane, anche con un collare diverso, non cambia. E’ sempre un cane». Da qui, dopo aver difeso l'embargo americano, l'invito all'Unione europea ad unirsi agli Usa nel «far leva sugli investimenti» per indebolire la leadership dell'Avana.

Brito è in Italia, ospite del Partito radicale transnazionale su iniziativa di Matteo Mecacci, rappresentante all'Onu, per promuovere «una rete di solidarietà nei confronti dei sindacalisti cubani che sono in prigione». Scappato da Cuba nel 1997 approfittando di una conferenza internazionale in Bolivia, oggi Brito vive negli Stati Uniti, dove ha ottenuto asilo politico e da dove guida il "Gruppo internazionale per la responsabilità sociale e delle imprese a Cuba". Attività che illustrerà stamattina in Parlamento in un'audizione al Comitato sui diritti umani della Camera.

L'invito di Raul Castro al negoziato rivolto agli Usa ha suscitato nella comunità internazionale speranze per una possibile svolta del regime. Sono speranze credibili?

«No, io non vedo nessun cambiamento. Nessuna prospettiva di apertura democratica nella cosiddetta "era Raul" che si sta aprendo. Sta emergendo, al contrario, ancora di più l'immobilismo della società cubana, il suo blocco interno. A livello di informazione, di formazione, di accesso all'istruzione».

Cosa sta succedendo all'Avana, allora?

«Fidel Castro non appare da un po'. E’ semplicemente in atto il processo di successione a Raul e questo è il momento decisivo. Le sue sono "pseudoaperture", non cambierà nulla. I cubani, però, non vogliono questo, ma una vera transizione alla democrazia».

I rapporti con gli Stati Uniti possono migliorare?

«Per adesso è impossibile. Non c'è alcuna normalizzazione all' esterno senza una preliminare pacificazione interna. Con la liberazione dei prigionieri politici e la transizione alla democrazia». Quali sono gli obiettivi della sua visita italiana?

«Stringere rapporti di solidarietà nei confronti dei sindacalisti in prigione a Cuba. Nel marzo 2003 c'è stata un'ondata repressiva contro i sindacati che cercavano di rivendicare diritti per i lavoratori cubani. Ricordo che a Cuba c'è una sola organizzazione sindacale. Strettamente legata al partito unico del regime».

Oggi parlerà a Montecitorio. Cosa si aspetta dall'audizione?

«Voglio sensibilizzare il Parlamento italiano sulla realtà dei lavoratori cubani al fine di rafforzare l'opposizione interna al regime» .

Vuol dire che finora questa solidarietà non l'ha avvertita?

«E mancata una posizione comune europea verso Cuba. Ed è mancata la solidarietà, ma non solo italiana».

Cosa dovrebbe fare l'Occidente?

«Indicare alla civilizzata Europa una ricetta per far fronte alla tirannia è difficile... Non va dimenticato, tuttavia, che l'Unione europea ha investimenti molto forti a Cuba. Bisogna fare leva su questo per esercitare pressioni e per migliorare la situazione dei lavoratori cubani e della popolazione in generale. Telecom Italia, ad esempio, è azionista di "Etecsa", società mista italo-cubana per le telecomunicazioni, strumento per la repressione del regime. Serve un piccolo passo verso la democrazia: Cuba è l'unico Paese dell'America Latina senza elezioni democratiche negli ultimi cinquant’anni».

Eppure in Occidente molti auspicano la revoca dell'embargo americano.

«Il fine dell'embargo è quello della democratizzazione di Cuba. Si tratta di una misura che gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1960 per rispondere ad un governo totalitario. Scelta che ha comportato restrizioni a livello economico e finanziario. La politica dell'Unione europea, che non ha adottato l'embargo, non mi sembra che abbia prodotto risultati. I Paesi dell'Unione dovrebbero alzare la voce».

In Italia c'è un partito, i Comunisti italiani, apertamente schierato contro il "bloqueo"...

«Quello stesso partito non si è forse schierato in passato contro i regimi di Cile e Sudafrica? I comunisti hanno chiesto o no misure dure contro i due Paesi? Bene, adesso c'è Cuba. E comunque non c'è un "blocco". Blocco significa che uno Stato è completamente chiuso, che non può avere relazioni commerciali con nessuno. Cuba può comprare prodotti da moltissimi Paesi. L'unica cosa che non può fare è avere accesso al credito di banche statunitensi. Il problema, semmai, è che Cuba non paga: ha il debito estero pro-capite più alto dell'America Latina».

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